Giuseppe Tomai

Psicologo, psicoterapeuta, socio-formatore aico

LE TRE POSIZIONI PERCETTIVE



Tematica: Ascolto -Comunicazione , Counseling , Formazione

“Chi ricorre al counseling spesso sente internamente una serie

di sé in conflitto, e dirgli di essere se stesso significa creare ancor

più confusione nella confusione. Prima di tutto occorre

trovare se stessi: e questo è il punto in cui entra in scena

il counselor”

 

“…il counselor deve sviluppare quello che Adler chiama il coraggio

dell’imperfezione, ovvero la capacità di sbagliare. (…)

Coraggio dell’imperfezione significa portare i propri sforzi

su un campo di battaglia importante, là dove si compiono

cose significative e dove il fallimento e il successo diventano questioni

relativamente secondarie ”. ( Rollo May)

 

Come reponsabile da diversi anni di una Scuola di Counselling nel percorso

formativo sottolineo in modo ricorrente e faccio frequentemente praticare le

diverse posizioni percettive.

Riconoscere le diverse posizioni percettive è una tecnica , nel senso che ha

una modalità di esecuzione, di svolgimento e una particolare applicazione in

determinati momenti nella seduta di counselling e nella formazione.

Riconoscere le diverse posizioni percettive è una filosofia, un modo di pensare,

nel senso che praticare le diverse posizioni percettive implica un modo di come

organizziamo le informazioni, la qualità e la quantità di informazioni che

riusciamo ad avere mettendoci nelle diverse posizioni e di come le connettiamo

tra di loro.

Riconoscere le diverse posizioni percettive ha un legame strettissimo con le

nostre risorse e con le nostre qualità dell’ essere, quali la flessibilità, l’ascolto,

l’umiltà, il discernimento, etc.

Riconoscere le diverse posizioni percettive è una pratica che può dare un

contributo notevole ad una democratizzazione reale della società, attraverso lo

sviluppo, in svariati contesti socio-culturali, della mediazione.

Questa pratica se compresa bene può essere un rivelatore molto profondo

di come ci muoviamo nel modo, di come lo percepiamo e di come lo

rappresentiamo.

Spesso le persone che si rivolgono ad un Counselor si sentono bloccate rispetto

ad una decisione da prendere, non vedono una via di uscita rispetto ad un

problema che stanno affrontando in una relazione affettiva o lavorativa,

riconoscono di fare sempre le stesse mosse in una coazione a ripetere senza fine.

Avviene frequentemente anche per il senso di “identità” di rimanere

imprigionati in una certa fissità; l’identificazione in una immagine di noi che si

riconosce in determinate caratteristiche e che se scalfite, o associate ad “altre

identità”, ci mettono in crisi e non ci forniscono la certezza desiderata. Come

dice Amartya Sen in un bel libro – Identità e Violenza – l’ identità può essere

fonte di sicurezza e solidarietà ma anche fonte di violenza e disumanizzazione.

Per questo autore sarebbe importante acquisire la consapevolezza di possedere

dentro di noi una molteplicità di identità differenti (uno, nessuno e centomila),

muoverci tra queste altre identità e connettersi con gli altri con questa

consapevolezza.

In una cultura che non pratica l’ascolto e l’amore abbiamo tutti la tendenza a

fissarci su di una posizione percettiva e facciamo fatica a riconoscere le altre, a

cambiare punto di vista.

Cambiare punto di vista, che può apparire banale e scontato quando

normalmente lo pronunciamo, ha un potere enorme dentro il nostro mondo

interno e un impatto molto profondo nella relazione con gli altri.

Significa rompere una rigidità acquisita e che, se pur scomoda e poco funzionale

rispetto ai nuovi compiti che abbiamo davanti, ci fornisce, ad un certo livello,

sicurezza, diventa una certezza, e cambiare significa affrontare l’incertezza e il

caos.

Come faccio a sapere che andrò verso un maggiore benessere se lascio per un

po’ quel punto di vista ? Chi mi garantisce che sarò premiato da una coscienza

più grande e più saggia ? Nessuno garantisce niente a nessuno per qualcosa che

dovrà avvenire…..ci possiamo solo affidare, affidare al potere della relazione

d’aiuto e riconoscere il cammino di coloro che hanno già attraversato questi

passaggi.

Spesso passare da una posizione percettiva ad un’ altra è come attraversare un

fiume in piena, è come il salto nel vuoto: stiamo sperimentando qualcosa di cui

non abbiamo mai fatto esperienza e solo facendo l’esperienza si capirà…non

possiamo capire prima, solo cognitivamente.

Credo che sia qui che sviluppiamo quel requisito importante sia per il Counselor

che per il suo cliente : il coraggio psicologico. Il coraggio di riconoscere i nostri

limiti, le nostre debolezze e le nostre fragilità, il coraggio di condividerle per

affrontare con meno paura percorsi alternativi a quelli più consueti, affrontare

con meno paura l’inusuale. Il coraggio e la disponibilità a lasciarsi coinvolgere

e a sperimentare nuove “posizioni”, lasciando andare difese e giudizi, e quel

gratificante senso di sicureza che otteniamo quando ci aggrappiamo alle nostre

certezze e alle nostre identificazioni.

Ogni fissazione in una posizione percettiva sviluppa infelicità :

− nella prima posizione percettiva siamo nel nostro sentire, nel nostro

pensiero, nella nostra rappresentazione del mondo, siamo nella

nostra “verità”…. fissandomi qui non fornisco spazio all’altro nel mio

mondo interno, non lo legittimo, la mia verità diventa una vertà assoluta,

il pensiero diventa un pensiero assoluto, il sentire mi autorizza alle

peggiori nefandezze relazionali e perdo il legame con il tutto,

− nella seconda posizione percettiva ci mettiamo nei panni dell’altro,

possiamo percepire le emozioni e i pensieri dell’altro, vediamo il mondo

così come lo vede l’altro, capiamo il suo sistema di riferimento…fissandomi

qui non mi faccio esistere, non riconosco i miei bisogni, non mi ascolto,

posso vivere “per l’altro” aspettandomi una qualche ricompensa…che mai

arriverà e un riconoscimento che non sarà mai come me lo aspetto,

− nella terza posizione percettiva osserviamo la relazione tra noi e l’ altro, la

osserviamo dall’ esterno come fossimo a vedere un film, siamo osservatori

distaccati e neutrali…..fissandomi qui non partecipo mai emotivamente

alle vicende della mia vita, vedo sempre tutto come da dietro un vetro,

sono lucido ma senza emozionalità, non approfondisco e non entro in

contatto con bisogni, desideri, passioni.

Se questa dinamica vale per gli aspetti interpersonali si può applicare anche

alla dinamica delle parti interne che seguono la stessa logica. Mondo interno e

mondo esterno sono sempre in collegamento, se ci troviamo una rigidità interna

difficile che non la troviamo nelle relazioni e viceversa.

Questa “pratica” concreta e maneggevole è espressione di “valori” alti e

profondi, come dicevamo. A questo collegamento spesso non dedichiamo la

giusta attenzione e non diamo il giusto peso.

Credo che sia importante per il counselor in formazione e per i suoi clienti

prendere sempre più coscienza che quando pratichiamo le posizioni percettive

stiamo aumentando e incarnando risorse importanti, che aldilà dell’episodio o

della situazione contingente su cui lavoriamo, ci servono nella vita per affrontare

tante altre situazioni. Diventano un bagaglio di risorse a cui attingere in altri

momenti, per altre situazioni, per risolvere altri problemi.

Credo sia importante sottolineare con più forza questo punto e quindi

sviluppare una maggiore consapevolezza che mentre “si sta praticando” “ si

sta sviluppando qualità dell’ essere” e se “pratico” è perchè ho “acquisito”,

“pratico” perchè ho sviluppato un’ altra “filosofia”.

Si va a consolidarsi due fattori determinanti nei percorsi di crescita e di

orientamento verso il benessere delle persone :

− un progressivo spazio di consapevolezza – c’è un sempre minore evitamento

di contatto tra parti interne e nelle esperienze relazionali. normalmente

rifiutate e giudicate, che tendono a riconfermare antiche credenze

acquisite ma non più funzionali alla crescita della persona,

− il connotarsi come agenti attivi e responsabili dei propri stati interiori e

di contribuire, con il nostro “passo di danza”, alla qualità o alle difficoltà

nelle relazioni.

Con questa “filosofia dell’ ascolto” affronteremo i problemi che si

presenteranno (che credo sempre incontreremo nella vita) attivando le nostre

risorse interne (che pensiamo siano sparite quando siamo nel pensiero confuso,

nell’ansia e nella reattività) e avremo, così, più probabilità di capirne il

significato, costruire un piano d’azione, chiedere aiuto con molta naturalezza,

ricercare il sostegno e il contatto di amici e persone vicine, aumentare il nostro

patrimonio di risorse e approfondire le nostre relazioni.

Spesso confondiamo il problema – una decisione da prendere, un fallimento,

una relazione che va male, un esame da superare, una malattia, …… – con lo

stato di fissazione, di disorientamento, di ansia e paura con cui lo affrontiamo; un

problema affrontato con quel tipo di stato non ha possibilità di essere sciolto, è

necessario che si ritrovi il contatto con il nostro patrimonio di risorse, che si attivi

( o che qualcuno ci aiuti ad attivare, il counselor) la pratica dell’ascolto profondo

e differenziato.

Questa pratica, così apparentemente semplice (una tecnica tra le altre), rivela

nella sua manifestazione valori profondi che poi si ritrovano nella pratica e

nella filosofia della Gestalt , della Teoria dei Sistemi, della Psicosintesi, della

Psicologia Orientale.

Una pratica ed una filosofia che credo molto utile per il Counselor che si trova

a gestire e a rispondere a clienti che si trovano con problematiche relazionali

specifiche agli aspetti del conflitto in una data situazione, spesso in stati

emozionali di ansia, ambivalenza e confusione sul dar farsi con il proprio

sistema risorse oscurato.

 

Dr. Giuseppe Tomai

Formatore Aico

 



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